NINE MONTHS IN DONNA OLIMPIA
15966
portfolio_page-template-default,single,single-portfolio_page,postid-15966,bridge-core-2.4.5,qode-quick-links-1.0,,vertical_menu_enabled, vertical_menu_transparency vertical_menu_transparency_on,qode-title-hidden,qode-content-sidebar-responsive,qode-theme-ver-23.0,qode-theme-bridge | shared by wptry.org,disabled_footer_top,disabled_footer_bottom,qode_header_in_grid,wpb-js-composer js-comp-ver-5.6,vc_responsive,elementor-default,elementor-kit-17143

Nine Months in Donna Olimpia

 

Rome 1990-1991. 29 ½ inches x 144 feet (polyptych of 35 pieces). Oil on canvas on board.

 

 

In painting, I am not particularly attracted to the spectacular; I sympathize with those people who neither brought decisive changes to the course of history of their time, nor were decisively affected by history in the course of their creative endeavor. Having said this, it may seem somewhat ironical to present a painting over forty meters long. I hope that, despite its dimension, it has not lost its sense of fragility.

 

All the panels that make up the work were painted in the courtyard of a Roman IACP (Istituto Autonomo delle Case Popolari) building whose main facade looks onto Piazza di Donna Olimpia. Built in the sixteenth year of the Fascist Era (1938), the building was given an M-shaped plan in honor of Mussolini and, rising as it does a full seven stories, was one of the skyscrapers of its day.

 

At the end of the summer of 1990, I rented an apartment just behind the courtyard. It was there that I conceived the idea of executing this project which I later entitled Nine Months in Donna Olimpia.

 

I selected a point inside the courtyard upon which I situated myself everyday at the same time. As each panel was finished I would pivot slightly to depict a new segment of the horizon that I had chosen. All of them put together complete a four-times-around circular movement generated in nine months. Each round interprets one of the four variations of the same theme that occurred in that period.

 

On May 31, 1991, I exhibited the thirty-five panels that make up the newly finished work all along the length of the courtyard; it was the last time I ever had any direct contact with the place and the people who lived there after I had participated, month after month, in the rhythmic palpitations of that building.

 

«… Zoccola, zoccola, zoccola. Che ti voglio a’muriii… » Every morning the same song sounded from the window of “Il Canarino” and woke anyone who was still sleeping, until one day, finally, he was arrested in Trastevere for pickpocketing… A madman begged for money to make kilos of minestrone to feed the fifty cats he kept in his apartment… An old communist opened the neighborhood office of a party which was changing its name and symbol and told me how, as a boy, he used to play soccer with Pasolini… The glazier kept my canvases in his shop and his mother invited me to lunch everyday. They spoke with a Roman accent that was often inpenetrable. The son beat the mother, but when I was around he kept himself in check. It seems to me that the hot, delicious, plates of pasta which the mother fed me everyday were a kind of bribe for keeping the peace. He who beat his mother was also a victim of violence that Christmas Eve in a street fight. He was rushed to San Camillo Hospital with a cracked skull.

 

They watched me paint everyday and thought I was the craziest of all. They didn’t know either why or for whom I was painting, but they respected me and let me do my work. I was like entertainment for them and, for this reason they looked after and even pampered me. The day I began I didn’t care about who lived there and what sort of life was contained within. I didn’t go to teach anyone anything. I now live in another apartment nearby, so close that I can see from my window one of the Donna Olimpia towers nestled between the surrounding buildings. But I have not returned to the courtyard again.

 

FELIX DE LA CONCHA

Text written in 1992 for the Nine Months at Donna Olimpia catalog as exhibited at Galería Gamarra Garrigues in Madrid, opening on September 9 at 9pm.

 


 

VOYAGE AUTOUR DE MA COUR

Ludovico Pratesi
Roma, 27-5-91

 

In una tranquilla giornata d’autunno dell’anno scorso, un tiepido raggio di sole colpisce l’angolo di un cortile, imprigionato dagli spigoli appuntiti di un’architettura d’impianto razionalista, una ventata di modernità nel caldo ventre di Roma. La storia, che a volte e troppo avara d’informazioni, non ha voluto ricordare con precisione l’autore di questo singolare edificio che circonda il cortile con i suoi volumi massici, ma non privi di una certa eleganza di sapore metafisico, che sarebbe certo piaciuta a De Chirico. Sappiamo che si tratta di uno dei tanti agglomerati di case popolari costruite per conto dell’lACP (Istituto Autonomo Case Popolari) tra il 1939 e il ’40, dove il capo dell’Ufficio Progetti era, fin dal 1927, l’architetto Innocenzo Sabbatini.

 

Luoghi curiosi, questi stabili targati lACP, disseminati nei nuovi quartieri della città fascista: il Flaminio, il Trionfale, il Testaccio, Monteverde. Dopo decenni di oblio, da qualche anno vengono lentamente riscoperti: l’occhio indiscreto della cinepresa di Francesca Archibugi ha riproposto, nel suo delizioso “Mignon è partita” le curve borrominiane del giardino segreto di un altro edificio lACP, in piazza Perin del Vaga 15, firmato da Alessandro Limongelli e Mario De Renzi e datato l926. Un’altra Roma, dove la retorica fascista si stempera in un morbido recupero della grande tradizione barocca, nel tentativo di riqualificare l’edificio nel contesto urbano.

 

Ma torniamo al cortile, dove un giovane pittore spagnolo, Felix de la Concha, sta ritraendo proprio quell’angelo assolate, li, tra un pilastro e l’altro, sotto gli sguardi incuriositi dei passanti. Da una finestra del quarto piano si affaccia una simpatica popolana, una di quelle “donne alla finestra” che trascorrono intere giornate ad osservare; il garzone del fornaio apostrofa il pittore, gli domanda perché proprio quell’angelo; un signore attempato si ferma un attimo, prima di tomare a casa, mentre si odono in lontananza gli strilli dei bambini che giocano, nel fondo ombroso del cortile. Passano i giorni, e Félix e sempre li, nello stesso punto, occupato a trasferire sulla tela le impercettibili variazioni del luogo nel tempo, per restituire intatto il carattere cosi particolare di quel luogo. Una scritta sul muro di fronte, che lo aveva colpito a dicembre, due mesi dopo e già scomparsa, sostituita da una romantica dichiarazione d’amore, mentre i rami spogli degli alberi stanno lentamente ricoprendosi di foglioline verdissime, il primo annuncio di una primavera che tarda ad arrivare.

 

Dopo quella giornata d’autunno, il pennello di Félix ha lavorato per nove mesi, per raccontare attraverso la pittura l’incanto che unisce lo spazio al tempo. Ora il luogo si riflette nell’opera, come un ambiguo gioco di specchi; il polittico (lungo quarantotto metri) testimonia la “technè” dell’artista, una sottile capacità di cogliere gli impercettibili “hic et nunc” che tessono la storia di un’architettura. E’un paesaggio urbano, l’ultimo capitolo di una tradizione che affonda le sue radici nei riflessi argentei dei canali di Venezia interpretati dal pennello di Canaletto, nelle fronde verdeggianti delle vedute romane di Claude Lorrain, nell’ombra delle volte che si rincorrono, in quelle allucinanti “Carceri” di Piranesi. E ancora, in giorni più vicini ai nostri, penso alle oscure periferie dipinte da Mario Sironi e alle vedute architettoniche di Arduino Cantafora, distanti e malinconiche. Come Cantafora, Felix de la Concha non si limita a osservare queste architetture intrise di magia metafisica ma l’interprete. Non guarda, ma vive del guardare. La sua pittura non e una conseguenza di una visione che abbraccia un luogo e lo possiede per sempre.

 

“Colui che sta in un canto del salone balla con tutti i danzatori. Egli vede tutto e, dato che vede tutto, vive tutto.” (Fernando Pessoa)